La prima fotografia della storia quest’anno celebra il suo 200° compleanno.
Nel 2026, infatti, cade il bicentenario di questa straordinaria invenzione.
La prima fotografia dal titolo Vista dalla finestra a Le Gras va ricordata sicuramente perché rappresenta l’inizio di studi ad alta tecnologia in ambito ottico.
Non era stata scattata come le fotografie contemporanee a cui siamo abituati e non era nemmeno una fotografia artistica.
Rappresentava un tentativo che, l’autore, Joseph Nicéphore Niépce fece ritraendo la vista che aveva vicino la sua abitazione, in un piccolo paesino francese, proprio nel 1826.
In realtà si tratta di semplici tetti appartenenti ad alcune case a ridosso della dimora dell’ardito fotografo.
Lo strumento fotografico impiegato presupponeva un tempo di esposizione di 8 ore, se non di più e, per stampare l’immagine ripresa utilizzava il procedimento dell’eliografia.
Questo fu soltanto il primo esperimento nato da una grande intuizione e, come tutte le grandi intuizioni, ha destato curiosità in alcuni al punto di stimolare la fantasia di altri osservatori e studiosi.
Se da una parte l’interesse era sempre più crescente, dall’altra si percepiva come possibile ostacolo, soprattutto tra alcuni intellettuali dell’epoca come, ad esempio, Charles Baudelaire famoso decadentista.
In effetti, abituati come si era a quel tempo a delle immagini rappresentate esclusivamente a pennello, con le tecniche dell’olio su tela o dell’affresco, risultava facile immaginare che uno scatto fotografico permettesse la rappresentazione della realtà molto velocemente, immortalandola per sempre.
Questo destabilizzava parte della società, soprattutto i benpensanti e coloro che avevano fatto dell’arte pittorica la loro filosofia e ragione di vita.
La minaccia perveniva maggiormente dalla società appartenente al ceto medio-alto che, in effetti, guardò con immenso interesse le potenzialità ed “economicità” di questa grande invenzione.
E’ per questo motivo che lo sviluppo e l’affermarsi vero e proprio della fotografia ritardasse di quasi 13 anni. E’ al 1839 che, effettivamente, si data l’invenzione della fotografia, del primo vero scatto fotografico – dagherrotipo – dal nome del suo inventore, Louis-Jacques-Mandé Daguerre.
Egli inizia a condurre studi approfonditi già nel 1824, intessendo corrispondenze con Joseph Nicéphore Niépce, il vero precursore.
Gli studi di Daguerre saranno resi pubblici solo nel 1839 e, a ringraziamento dell’operato e di questa grande invenzione, il suo nome resta inciso sulla facciata della Torre Eiffel a Parigi.
Per quanto straordinaria fosse tale intuizione, i pittori dell’epoca si videro in qualche modo defraudati delle loro capacità artistiche di rappresentazione, basti pensare a tutti i grandi pittori del passato a cui è legata la grande produzione artistica, prodotta fino a quegli anni. Era prassi, infatti, attribuire la bravura di un artista alla personale capacità di restituire quel che vedeva con dovizia di particolari e nella capace gestione del chiaro-scuro.
I pittori dell’epoca, quindi, si sentono addirittura in pericolo, vedendo minacciata la propria arte; altri, invece, forse più giovani e temerari, comprendono la potenza intrinseca della fotografia.
Sarà infatti questa forza a far sì che gli occhi degli artisti, attraverso le loro mani, colori e pennelli, generino una produzione artistica nuova, tale da indagare nuovi ambiti, soprattutto quello introspettivo e soggettivo.
Il sentimento, quello che ciascun individuo effettivamente prova nell’osservare una determinata scena o un determinato paesaggio, una una natura morta, diviene l’elemento cruciale.

Ecco allora che nasce, in Francia, e non è un caso, il grande movimento dell’Impressionismo in cui, finalmente, il pittore si sente libero e scevro da ogni condizionamento e riesce a esprimere, attraverso delle pennellate più o meno fluide, quello che sente di percepire dall’osservazione, l’impressione, appunto, che quell’immagine guardata gli offre.
Bisogna altrettanto dire che artisti, anche del calibro di Van Gogh nel suo autortitratto, utilizzarono scatti fotografici come suggestione, per realizzare alcune delle loro opere.
Molto spesso, infatti, le fotografie vennero utilizzate per facilitare il dipinto di ritratti oppure per fissare meglio delle scene, facendo così risparmiare del tempo all’artista, ma anche al modello.
Da quel lontano 1839 tanta strada è stata fatta dalla fotografia e questi 200 anni rappresentano una ghiotta occasione per visitare la mostra che Milano, precisamente il Mudec, le dedica; per riflettere su quanto effettivamente la fotografia ci ha permesso di ottenere sia nel campo artistico che in quello lavorativo e quanto gli strumenti e l’evoluzione della tecnologia ci stia permettendo sempre più di indagare nuovi particolari e scenari.



































